Cativeiro carioca

7 Ottobre 2017
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La Rio de Janeiro della fine del XIX secolo si formò a partire dall’esclusione dell’ex-schiavo, dalle pratiche considerate nere, e sopravvissute alla schiavitù, e dallo stigma di quelli che non si inquadravano in un profilo di cittadino. È questa città, che si considera “meravigliosa”, che Gabriel Siqueira presenta e che ha, nel suo passato, la capoeira come mezzo di preparazione fisica e di resistenza di fronte alla dura realtà del nero schiavo e dell’ex-schiavo, nell’Impero e nella Repubblica, con i provvedimenti disciplinari nelle strade. Attraverso il Codice penale, l’autore attesta la criminalizzazione dei capoeiristi, in maggioranza neri e mulatti e discendenti di coloro che avevano vissuto nelle senzalas, sovversivi nel loro quotidiano e resistenti a un trucco imposto dalle autorità repubblicane nella capitale federale. La capoeira è cultura e resistenza nera, tanto nel passato quanto nel presente.
“La schiavitù è esistita ed esiste. Ho letto questo libro e confesso che ho fatto un viaggio nel tempo, mi sono sentito nella Rio antica e ho potuto vedere che, dietro le corse, le persecuzioni, le prigioni, i colpi di testa e i tagli, esistevano uomini valenti, che non accettavano di non essere uomini, non si incastravano nel progetto di reificazione che gli era imposto. Che orgoglio vedere questo giovane capoeirista portare avanti il suo sogno ed entrare nell’accademia al suono degli urucungos, rispettando i saperi antichi che lo precedono e collocando la sua conoscenza nella roda in forma così generosa e ben curata. Il posto di Gabriel nella roda sarà sempre conservato, perché la capoeira mai rifiuta i suoi guerrieri”.

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